buffa piccina

di claudia bruno

alle ore dodici entrava in libreria – una libreria vera, di quelle in carta e ossa – due maglioni e un cappotto, e a tracolla la borsa invernale, e scendeva le scale, si calava nel ventre della Roma caotica e centrale. e gradino a gradino poteva avvertire crescente il vociare di tutti i volumi in cerca d’amore sovrapporsi ai rumori di fuori. pochi attimi, e le punte rincorrevano i talloni, e i talloni iniziavano a ruotare. durò quel che doveva durare. poi lo sguardo le cadde. lo raccolse un libretto azzurrino che portava educato il nome per primo: Wislawa mi chiamo, Szymborska è il cognome. citofonò, senza sapere come. «a che numero abita la consolazione?» domandò alla defunta signora, ed ebbe cura di imbucare il filo del tempo nelle crune del cuore. «buffa piccina» rispose lei dall’oltrepagina. «come poteva sapere che anche la disperazione dà benefici se si ha la fortuna di vivere più a lungo. le pagherei un dolcetto. le pagherei il cinema» pronunciò in un soffio. poi, in quell’attimo di generale distrazione, mentre tutti gli altri erano assorti, le chiese solo «non guardarci così con quei tuoi occhi troppo aperti, come gli occhi dei morti».

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illustrazione: Julia Bereciartu
riferimenti: Wislawa Szymborska, Riso

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